Get Storied: storytelling ed educazione

Get Storied - Storytelling and education

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Storytelling ed educazione?

[NB: questo post è ampiamente basato sul racconto originale GET STORIED: Storytelling and education, pubblicato “a botta calda” in inglese nel blog To Say Nothing About The Cat, scritto dal mio amico Carmine Rodi Falanga, compagno di tante avventure di educazione non formale tra cui ovviamente anche questa – in pratica è una “libera traduzione” del suo articolo 🙂  ].

Get Storied è un corso di formazione internazionale, basato su tecniche e metodologie dell’educazione non formale, che ho progettato e realizzato con gli amici Carmine e Mafalda. La prima edizione è stata realizzata a fine agosto 2015 presso l’ostello di Sermugnano, vicino ad Orvieto, con il supporto del programma europeo Erasmus+. Un report passo passo delle attività è stato costruito a partire dai post sui socialmedia in questo resoconto su Storify.

L’ostello è un posto a cui sono molto legato, per il fatto che è gestito da amici, in modo amichevole e familiare, e perchè lì ho partecipato per la prima volta al viaggio dell’eroe – di cui parlerò prima o poi con un post specifico. In più sta in un paesino minuscolo e pieno di storie, costruito su una necropoli etrusca – per dire – e circondato da tante di quelle città di provincia che sono il segno di un’Italia un po’ di serie B a cui, forse per questo motivo, continuo ad essere affezionato.

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Sermugnano vista dalla collina accanto, dove gli archeologi stanno scavando un insediamento risalente all’Età del Bronzo.

Get Storied è stato per tutti noi un esperimento, da tanti punti di vista. Abbiamo avuto il privilegio di lavorare tra amici,nell’atmosfera magica e familiare di cui vi parlavo, ma il programma veniva comunque realizzato per la prima volta, quindi aleggiava sulle nostre teste l’implacabile domanda: avrebbe funzionato?
Oppure saremmo stati travolti dal nostro nerdismo senza speranza flusso inarrestabile di idee, senza riuscire a realizzare un corso con una sua coerenza?

C’era solo un modo di scoprirlo. Buttarsi! 🙂

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Ecco il nostro tabellone sul programma delle attività. E’ definitivo, ma come si vede mantiene ancora una sua atmosfera da “work in progress”… a poche ore dall’inizio!

Le attività

Fino all’ultimo abbiamo modificato e ritoccato il programma iniziale, scegliendo di basarlo sulla struttura del Viaggio dell’Eroe. Se pensate che sia una stranezza, considerate che ad un certo punto della progettazione, l’intero programma era ambientato dentro un gioco di ruolo modello D&D. Ve l’ho detto, nerdismo senza speranza 🙂

In ogni caso, alla fine non abbiamo voluto seguire una struttura lineare, come nella tabella qui sopra. Abbiamo invece costruito una struttura circolare (sotto) con un flusso che integrava le attività, indicate dai disegni.

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Ecco come abbiamo presentato il programma ai partecipanti – una struttura molto collegata al Monomito del viaggio dell’eroe.

Non ci piace molto la retorica commerciale e di marketing che avvolge lo storytelling nell’ultimo periodo. Lo consideriamo per quel che è, raccontarsi storie, ossia l’attività più antica delle comunità umane, e da questo antico punto di partenza abbiamo cominciato: un racconto di storie intorno al fuoco è stato un modo perfetto per conoscerci tutti e per creare un’atmosfera perfetta di condivisione nel gruppo. E’ stata una grande nottata, piena di storie provocatorie, divertenti, toccanti e ricche di ispirazione, condivise dai 26 partecipanti provenienti da 14 diversi Paesi europei.

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Probabilmente non esiste un modo migliore di iniziare un corso di una settimana sul raccontare storie…

Abbiamo avuto la sensazione di essere partiti col piede giusto, ma il vero colpaccio l’abbiamo fatto il giorno dopo. Dal semplice raccontarsi le storie intorno al fuoco, l’umanità ha presto sviluppato il teatro, che per quanto ci riguarda abita a pieno titolo la categoria dello storytelling – e noi abbiamo invitato l’amico, attore e regista teatrale Vania Castelfranchi per un laboratorio che aveva l’obiettivo di rafforzare il gruppo, introdurre il tema dello sviluppo personale e della creazione del (proprio) personaggio, attraverso storie archetipiche e maschere teatrali della Commedia dell’Arte.

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I partecipanti alle prese con la camminata di Arlecchino: la maschera dell’uomo semplice che è stato scottato dal contatto col male, e cammina sempre come sui carboni ardenti…

Vania è irresistibile: talmente ricco di storie, passione, umanità è stato il suo laboratorio, che ha travolto i partecipanti con una montagna di suggestioni, provocando un gigantesco abbraccio di gruppo spontaneo sul finale, e il (per me!) clamoroso commento del partecipante anglo-giamaicano Tony: He is the Don Dada! – inoltre per l’intera settimana abbiamo continuato ad attingere ai contenuti condivisi durante il suo intervento, tanto che As Vania said (abbreviato in AVS – ossia: come diceva Vania)  è diventato il tormentone del corso.

Come fai a tenere botta dopo una attività come questa? Ci abbiamo provato, il giorno dopo, riflettendo con i partecipanti su chi e cosa fosse per loro un eroe, e quali fossero i loro modelli di comportamento preferiti:

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Vorrei farvi notare il nome “Vania” nella lista degli eroi, lì in mezzo tra Indiana Jones e Gandhi… bel colpo!

A questo punto, abbiamo avviato una profonda fase di “scavo” nelle motivazioni e aspirazioni dei partecipanti, avvicinando storytelling e sviluppo personale con una riflessione su come è iniziata e si è sviluppata la storia  di ciascuno, e magari su quale sia stata la loro Ferita Sacra, l’episodio che dà la motivazione per alzarsi la mattina e condividere le proprie storie con gli altri. Dopodiché abbiamo sfidato il gruppo a trascorrere una notte fuori, nella natura, per completare questa riflessione.

Seguendo la tradizione delle camminatori solitari, abbiamo lasciato l’ostello nel pomeriggio coi partecipanti, per far loro trascorrere almeno parte della notte nei boschi della vallata.

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Il gruppo pronto a partire per i boschi. Io come sempre guardo l’orario 🙂

Seguendo il modello del Viaggio dell’eroe, i partecipanti hanno oltrepassato delle soglie e si sono presi degli impegni con sé stessi. Mentre discendevano nel mondo extra-ordinario, ognuno cercava i motivi più profondi per entrarci. Per alcuni, anche semplicemente restare soli per qualche ora rappresentava una sfida. Per altri, il problema era la natura, con la possibilità di incontrare qualche animale. Per altri ancora, la più grande paura era quella di aver paura.

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Carmine, alla fine della strada asfaltata, spiega il valore delle soglie nel Viaggio dell’eroe, e come ogni volta che ne oltrepassiamo una dovremmo concentrarci sul cambiamento che stiamo attraversando…

Di fatto, siamo andati ad esplorare una delle più antiche e universali storie dell’umanità: la paura dell’ignoto. Onoriamo tutti gli eroi che hanno incontrato sé stessi in quella notte là fuori, magari per la prima volta. Molti hanno deciso di restare nei boschi per l’intera notte, ben oltre il limite suggerito di 5 ore. Tutti sono stati liberi di scegliere come sfidare sé stessi, e di costruire la propria personale cerimonia. Di una cosa eravamo certi: il giorno successivo tutti avrebbero avuto storie grandiose da condividere. Lo storytelling deve nascere da  esperienze, non da chiacchiere: anche di questo, eravamo e siamo certi.

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Alla luce della torcia, Andrea sta ancora scrivendo appunti su quel che ha scoperto durante l’esperienza, prima di rientrare.

Dopo tutte queste esperienze infatti, le storie sono uscite prepotenti e hanno reclamato il loro spazio, aprendo ancora di più la riflessione su sé stessi, che noi abbiamo organizzato con sistemi antichissimi eppure di grande attualità, come il cerchio rituale di condivisione messo a punto tramite il metodo The Way of Council, oppure seguendo lo schema e i posizionamenti dei Four Shields of Human Nature, che viene dalla tradizione dei Nativi Americani.

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Mafalda presenta le modalità di svolgimento del Council dopo la notte nei boschi

Oggi alcuni marchi italiani parlano di storytelling facendo riferimento al cibo – noi lo sappiamo tutti da tempo, che il cibo è fonte e motore di storie, e quindi i nostri partecipanti a turno hanno partecipato ai lavori della cucina (così come agli altri lavori di sistemazione e cura della struttura…) entrando nel dietro-le-quinte di quel che per molti di loro è tuttora un mito inarrivabile, ossia quello della cucina casalinga italiana. Aiutare i nostri super cuochi Angelo e Giovanna e impararne le storie e i segreti è stato un esercizio di storytelling fuori programma, che ha sicuramente lasciato il segno!

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Angelo, Giovanna e uno dei momenti più attesi dai partecipanti: il turno di lavoro in cucina! Scoprire le storie dietro al cibo italiano ha sempre il suo fascino…

Fin dall’inizio abbiamo pensato che il nostro programma dovesse offrire una vasta gamma di approcci allo storytelling, prendendo spunto da passato, presente e futuro di questa attività. Ci interessa da sempre bilanciare natura e tecnologia, dimensioni spirituali ed elementi più terra-terra, sacro e profano per dirlo con una formula nota: dopotutto, giocare con paradossi e opposti è una abilità fondamentale di ogni buon narratore.

Abbiamo quindi voluto inserire nella galleria delle varie forme di storytelling anche una sessione sull’arte invisibile dei fumetti, di cui mi sono occupato personalmente dato l’alto tasso di nerdismo complessa teorizzazione che da sempre accompagna l’argomento 🙂

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Fuori fuoco ma molto ispirato, parlando di fumetti e ideologie davanti alla copertina del primo numero di Capitan America, del 1940 – con Cap che prende a pugni Hitler, e il primo, vecchio scudo triangolare: vendette un milione di copie e fu parte significativa della campagna per far intervenire gli USA nella guerra.

Naturalmente non poteva mancare nemmeno il cinema, di cui i partecipanti hanno potuto approfondire una parte meno conosciuta e meno considerata, ma ugualmente fondamentale, ossia quella dell’audio, grazie all’intervento di Tullio Morganti, ingegnere del suono in tante produzioni italiane e internazionali tra cui ad esempio il Pinocchio di Roberto Benigni. Questo laboratorio è riuscito a ricreare davvero la particolare atmosfera del set nel nostro luogo di attività:

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camera, boom operator, attori sul set. Io…. faccio il gobbo 🙂

Un’altra cosa che da sempre l’umanità fa con le storie è smontarle, rimontarle, rigirarle come dei calzini. L’abbiamo proposto ai nostri partecipanti nella formula What If? tanto diffusa ad esempio nei fumetti dei supereroi: hanno potuto mettere alla prova le loro capacità di essere visionari e creativi, giocando con la trama e i personaggi di film famosi come Il Re Leone, Dirty Dancing (che è diventato Consensual Dancing…) o Fight Club – trasformato nel molto meno aggressivo, ma non meno tremendo, Tea Club 🙂

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I punti di partenza del nostro What If. Non credo che Palahniuk avesse previsto cose del genere 🙂

Le attività dedicate al cinema non potevano non finire con una maratona cinematografica. Ora, immaginatevi la scena: una banda di nerd senza speranza deve scegliere quali film proiettare. La lista di partenza era di circa 10 titoli, con violenza l’abbiamo ridotta a 4, ma arrivare a 3 è stato veramente durissimo – per dire, abbiamo dovuto lasciar fuori Jumanji con Robin Williams.

Il filo conduttore dei film scelti serviva a introdurre la forma di storytelling a cui ci saremmo dedicati nelle giornate successive, quindi era: videogiochi e film.

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Il programma finale – dopo interminabili ore di discussioni 🙂

Arrivare alla fine di War Games, anche  dopo tutti questi anni, dà sempre una grande emozione – la sequenza finale del computer che simula tutti i possibili scenari della Guerra Termonucleare Globale è da antologia del cinema, così come la  strategia elaborata dalla macchina per uscirne, che ai tempi diede veramente un impulso alla fine della Guerra Fredda:

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La schermata in cui il computer si rende conto di una grande verità – questo finale di War Games, insieme al film The Day After, giocarono davvero un ruolo cruciale nella fine della corsa agli armamenti degli anni 80. A proposito di impatto dello storytelling sulle vite delle persone!

La situazione era ideale: tempo splendido, proiezione all’aperto sotto le stelle, coperte sul prato… c’era perfino il popcorn.  I partecipanti potevano scegliere liberamente fino a quando rimanere, e ovviamente c’è stato uno zoccolo duro di fan che si è fatto tutta la tirata. Io… va beh, indovinate, no?

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“A gig is a gig is a gig is a gig” – Scott Pilgrim vs the world, popcorn e cielo stellato di una notte italiana di fine agosto. Sembra un film 🙂

 

Come dicevamo, abbiamo voluto parlare anche di forme di storytelling considerate forse più di frontiera, come i videogiochi e i giochi in generale – che in realtà fanno parte dell’esperienza umana di raccontare storie da sempre. Ci siamo quindi soffermati sui processi di Gamification come ad esempio li presenta Jane McGonigal nel suo famoso libro Reality Is Broken.

Abbiamo infine invitato i partecipanti a farsi avanti e a coinvolgere il gruppo con i propri giochi, riflettendo poi insieme sull’effetto. Andreea ad esempio ha proposto il gioco di storytelling  Dixit, basato su carte con illustrazioni piene di suggestione  – che non legandosi ad una specifica lingua, è molto diffuso nelle attività internazionali di educazione non formale.

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Il cerchio dei giocatori di Dixit – è anche molto divertente!

Da parte nostra, abbiamo organizzato una clamorosa Games Night offrendo diverse modalità di gioco legato allo storytelling, a partire da The Resistance, un gioco da tavolo di inganno e negoziazione.

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Claire è stata la perfetta spia nella nostra partita di The Resistance: patriota o traditrice della patria?

Ci tenevamo anche a dimostrare che Playstation e Xbox non sono solo strumenti con cui esercitarsi a sparare in testa ai nemici o a commettere crimini, quindi abbiamo proposto i giochi della serie Guitar Hero con tutti i controlli ufficiali (microfoni, chitarre, basso e batteria giocattolo), riproponendo in loop per tutta la notte alcuni inni rock della nostra adolescenza lontana 🙂

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la partita – concerto di Guitar Hero è durata tutta la notte… ed è continuata tutta la notte successiva!

Infine, un gruppo più ristretto di curiosi e intenditori ha giocato il videogame To the moon, della casa indipendente Freedbird Games, di cui vi ho già parlato. Ci sembrava importante mostrare che nei videogiochi, esattamente come nel cinema, c’è un brulicante sottobosco di produttori indie in grado di proporre esperienze di storytelling emozionanti, toccanti e per nulla scontate.

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To The Moon è l’esempio perfetto di come un videogioco possa coinvolgere e toccare le stesse corde di un buon libro.

Insomma è stata una settimana esaltante, con una fortissima esperienza trasformativa per tutti i partecipanti (scelti tra circa 300 candidati da tutta Europa – decisamente, dovremmo mettere in cantiere ulteriori edizioni… vi interessa organizzarne una o partecipare? 😉 ) e un grande lavoro di squadra che ha riconfermato a tutti ancora una volta il potere del raccontare storie.

E come diceva Vania (e mica solo lui…) : non tutti quelli che vagano si sono persi! 😉

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l’immancabile foto di gruppo finale – sì, sono quello con il basso in mano… 🙂