Grazie Seymour Papert per aver cambiato il mondo

Papert with an Apple IIGS the first Lego Mindstorms

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E’ arrivata qualche ora fa la notizia della morte di Seymour Papert, a 88 anni.

Sembrava immortale, questo geniale e arzillo vecchietto che ha incarnato da sempre, per me, tutto quello che credo e spero e sogno e provo a realizzare, sulla frontiera che accomuna tecnologia ed educazione. Si merita un ricordo, e si merita che il suo nome sia ripetuto e onorato anche qui, e che magari qualcuno che non ne ha mai sentito parlare si renda conto di che razza di genio possa essere stato, il signor Papert.

Seymour Papert è (poco) conosciuto ai più come l’inventore del linguaggio di programmazione Logo, il primo linguaggio di programmazione per bambini, come dalle mie parti sanno anche i muri ormai.

Manca parecchio in questa definizione, a cominciare da qualche data.
Logo è stato concepito nei primi anni ’60, quando i computer erano armadi a sei ante che costavano centinaia di migliaia di dollari, Steve Jobs era alle elementari e a nessuno era ancora mai venuto in mente che un giorno quegli aggeggi sarebbero potuti essere strumenti di uso quotidiano, anche nell’educazione e nella creatività.

Papert, sudafricano di origine, faceva lo studioso in giro per il mondo e in quel momento era reduce da un incontro cruciale all’università di Ginevra dove era finito a fare studi e ricerche alla fine degli anni 50, quello con Jean Piaget. Da qui era nata l’idea del costruzionismo applicato all’educazione, e degli artefatti cognitivi che aiutano il bambino ad apprendere – per dirla facile, l’idea che si apprende meglio attraverso la creazione, la costruzione, la realizzazione di oggetti e manufatti.

(Ve lo sta raccontando uno che come payoff della sua rocambolesca attività di educatore tecnologico, ha scelto: vuoi mettere il gusto a fartelo da solo. Capita la faccenda? 🙂 )

Papert all’inizio degli anni 60 è al MIT di Boston, luogo più che mai cruciale per lo sviluppo di quella cosa che in modo ancora impreciso e superficiale continuiamo a chiamare informatica – fa il co-direttore del Laboratorio di Intelligenza Artificiale, sicuramente entra in contatto con il neonato LISP, il linguaggio di programmazione per l’intelligenza artificiale, come dalle mie parti sanno anche i muri ormai, e da lì gli viene l’idea di un linguaggio di programmazione semplificato, quasi giocoso, seppur rigoroso nella sintassi e nella logica, da utilizzare a fini educativi: Logo.

I computer a quei tempi non hanno gli schermi, almeno non come li concepiamo noi oggi, quindi Logo interagisce con il mondo tramite uno strano strumento, la tartaruga: un attrezzo (quasi) sferico con un pennino sul fondo, che può essere sollevato o abbassato lasciando una traccia di inchiostro durante i movimenti della tartaruga, guidati dal programma.

la tartaruga di Papert - dettaglio
Il pennino della tartaruga all’opera – dettaglio
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la tartaruga, in una delle sue prime realizzazioni

Pochi anni dopo, negli anni 70 i personal computer vengono inventati da diversi team di nerd post-hippie, tra cui il più famoso oggi è quello di Apple, che come mi piace sempre ricordare ai maledetti fighetti possessori di telefoni da 700 euro e luccicanti portatili “della Mac”, ai tempi era messo così:

Woz e Jobs, 1976

Tutti i personal computer sviluppano una propria versione di Logo, e siccome Apple è il marchio che è riuscito a penetrare di più nel mercato educational, è a bordo della mela a strisce colorate che la tartaruga appare in molte scuole e qualche casa degli USA, in questa forma:

Apple II con tartaruga Logo
(un momento di emozionato ricordo per il mio primo computer…)

Fatemi anche fare un inciso: non sono un apple fanboy, anzi avendo condiviso per caso e per mia fortuna la storia di Apple ai suoi inizi, molte delle sue scelte di oggi mi appaiono odiose e completamente fuori strada rispetto alla sua identità. Ma Apple all’inizio della sua storia, beh, ha fatto la storia dei computer, punto e stop.

Torniamo a Papert, anche perchè non sta fermo un attimo: negli anni 80 con Negroponte e altri geniacci del suo genere fonda il MIT Media Lab, e soprattutto scrive il suo libro cruciale: Mindstorms  – bambini, computer e creatività.

Mindstorms il libro manifesto di Papert

Se il titolo vi ricorda una fantastica serie di set Lego meccanici – elettronici – programmabili, beh non è un caso. E’ che alla Lego li hanno chiamati così da questo libro, che li ha anche spinti a finanziare le ricerche di Papert al MIT , creando per lui il titolo di “Professore LEGO di Ricerca sull’Apprendimento”.

Da questa cattedra nasce l’asilo infantile permanente del MIT (a cui vorrei iscrivermi domani mattina…), il Lifelong Kindergarten che ha dato al mondo strumenti come Scratch e che oggi è diretto dall’ex studente e poi collaboratore di Papert, Mitch Resnick, anche lui colpito ovviamente dalla dipartita del suo maestro:

Il grande successo scolastico di Logo (così come oggi di Scratch – e forse i paragoni ci stanno tutti…) portò Papert a giudizi anche molto negativi sull’utilizzo della sua creatura a scuola; le citazioni si sprecano, eccone alcune delle mie preferite:

Il computer in classe minava la suddivisione del sapere in materie e allora è stato trasformato in una materia.

Quando si critica il laboratorio di informatica sostenendo che vanifica le virtù del computer stesso, non si vuole negare che i PC anche in un’aula a essi riservata possano essere utilizzati in modo meraviglioso, a condizione però che quella stanza isolata possa diventare un punto di incontro di idee che prima venivano tenute separate.

In genere nella vita si acquisisce sapere per poi utilizzarlo. Ma l’apprendimento scolastico si attiene molto più spesso alla metafora di Freire: il sapere viene trattato come il denaro, da mettere in banca per il futuro. Il Logo oggi è una cosa più da imparare che da usare, gli studenti lo studiano per impararlo e una volta che l’hanno imparato lo ripongono nelle loro “banche dati” mentali e passano ad un altro argomento contemplato dal programma scolastico.

Negli anni 90 Papert lascia il MIT e si mette a fare altro, ad esempio collaborando con il famoso e a tratti famigerato progetto OLPC, e scrivendo un altro libro profetico, Connected Family – sottotitolo: come aiutare genitori e bambini a comprendersi nell’era di internet, in anticipo di un tot di anni sulle storielle dei nativi digitali poi rimangiate da chi se le è inventate.

Insomma un genio totale, un idolo assoluto da queste parti, e uno che davvero ha cambiato il mondo senza fare troppa cagnara, e soprattutto senza fare troppo il figo. Per questo, soprattutto, lo adoro.

Ci sono tante belle foto con quella sua faccia allegra e sorniona, il barbone d’altri tempi e il sorrisone, ma lo voglio salutare con la foto che hanno scelto al MIT per il suo ricordo, seduto di fianco ad un tavolo pieno di fantastici robot di Lego, messi davanti ad un Apple IIGS, che per chi c’era e i pochi che sanno di cosa sto parlando, è il mio computer, una volta per sempre.

Grazie Seymour per aver mostrato al mondo una strada meravigliosa.

Papert con un Apple IIGS e i primi Lego Mindstorms