I have friends everywhere: politica convergente

Di recente durante le manifestazioni del movimento No Kings negli Stati Uniti, è spuntato un oggetto curioso: cartello blu, o nero, scritta bianca, font semplice. Nessun simbolo patriottico, nessuna citazione costituzionale – ed è già strano per gli USA. Solo quattro parole: I have friends everywhere.

Per chi non ha visto Andor, la serie più sorprendentemente politica dell’universo Star Wars, questa frase non significa nulla. Ma per chi la riconosce, è un detonatore narrativo. È la parola d’ordine creata da Luthen Rael — architetto silenzioso della ribellione — quando rivendica il vero potere dei ribelli, e poi utilizzata dal protagonista Cassian Andor: non attiva una forza individuale, ma una rete invisibile. Nessun trono, nessuna carica, nessun vessillo. Solo alleanze diffuse.

Quel cartello, brandito in un contesto di protesta istituzionale, è un esempio cristallino di ciò che Henry Jenkins definirebbe political remix culture: la capacità delle comunità di appropriarsi di materiali culturali nati per l’intrattenimento e trasformarli in strumenti di intervento civico.

Andor ci offre anche qualcosa di ancora più potente: una teoria interna della resistenza costruita proprio come un oggetto remixabile.

I have friends everywhere

Rimbalzano in piazza frasi ed estratti presi dal Manifesto di Nemik, lo scritto che il giovane idealista del primo gruppo di ribelli, prima del furto delle paghe dei soldati imperiali sul pianeta Aldhani scrive non per sé, ma per gli altri. Non è un documento chiuso: è pensato per essere diffuso, adattato, citato. Nemik non vuole guidare nessuno, ma vuole fornire linguaggio:

“Oppression is the mask of fear.”

“Freedom is a pure idea — when it takes hold of the brain, it cannot be stopped.”

Sono frasi che funzionano esattamente come gli slogan delle proteste contemporanee: brevi, ripetibili, memabili.

Il nuovo Manifesto è fatto di frammenti narrativi

Quello che accade nelle piazze americane oggi ricalca perfettamente la logica narrativa di Andor:

  • Nemik scrive un testo aperto → i ribelli lo leggono e lo tramandano → ognuno ne prende un frammento e lo usa come miccia personale.
  • I manifestanti prendono una battuta da una serie → la stampano su un cartello → ognuno la porta in piazza con intenzioni sfumate ma convergenti.

Non è un confronto ideologico. È replicazione virale di frames.

Il bello (o il terribile, per più di una persona che conosco 😀 ) è che oggi la forma testo sacro non è più un racconto epico o un trattato filosofico, ma un dialogo di serie TV. Le parole di Nemik e quelle di Luthen funzionano esattamente come versetti: brevi, trasmissibili, immediatamente citabili in contesti diversi.

Andor è diventato, chissà quanto consapevolmente, una liturgia modulare della protesta contemporanea.

L’economia politica della citazione

L’uso di I have friends everywhere non è soltanto nerdismo portato in piazza, che già sarebbe tanta roba. È un hack semiotico. Funziona perché opera simultaneamente su due livelli:

A livello denotativo ti sta dicendo Non siamo soli. Ci sono molti come noi – ma intanto, a livello connotativo ti permette di riconoscerti nella tua parte. Siamo quelli che condividiamo immaginari di resistenza. Se riconosci la citazione e ti emoziona leggerla, sei già dei nostri.

Questa doppia lettura crea una forma di comunicazione selettiva: comprensibile a tutti, ma profondamente risonante solo per chi appartiene alla stessa tribù culturale. È un segnale nascosto in piena vista.

Il remix della politica

Un giorno vi spiegherò quanto conta per uno che da più di trent’anni passa (sempre meno) tempo dietro ai giradischi, questo concetto di (political) remix culture. Intanto, per quanto riguarda quel che stiamo dicendo qui, spieghiamo che questo remix politico si distingue dai vecchi linguaggi militanti perché non ti impone un’ideologia, ma condivide una “vibe”: non ti dice cosa devi pensare, ma con chi pensarsi.

Inoltre è uno slogan che non costruisce consenso, costruisce complicità: l’appartenenza nasce dal riconoscimento reciproco della citazione, che diventa riconoscersi parte di una stessa comunità.

Infine non parla di prendere il potere, ma costruisce legami laterali che lo superano: I have friends everywhere è una forma di auto-mappatura collettiva. Dichiariamo di esserci, evochiamo la rete per farla esistere.

E soprattutto: non ci servono leader. Una protesta “No Kings” è già di per sé un rifiuto preventivo di ogni figura centralizzata. Questo slogan richiama ed incarna un’ideologia distribuita, senza capo né apparati. Che bellezza.

Dal “We the people” al “We the references”

Le vecchie retoriche civiche, soprattutto negli USA, si basavano sull’appello alla nazione: We the peopleOne nation under God, eccetera. La cultura convergente sostituisce l’identità civica con quella mediale: in un certo senso, siamo ciò che citiamo. La comunità non nasce dalla bandiera, ma dalla condivisione di una esperienza che aggiunge senso a quella successiva: “se hai urlato con me davanti a quella scena, tu sei dei miei”.

I have friends everywhere sign

Una lezione finale, direttamente da Star Wars

Forse la prima vera eredità politica evidente lasciata da Star Wars al mondo non è tanto la ripresa del viaggio dell’eroe, ma la consapevolezza che le rivoluzioni non si annunciano — si sussurrano tra amici ovunque.