Qualche giorno fa Euractiv è entrata in possesso di un documento che non avrebbe ancora dovuto lasciare gli uffici della Commissione. Stavo atterrando a Parigi per un seminario di media education con esperti da molti paesi, e la notizia è arrivata proprio al momento giusto. Il documento è pieno di filigrane, e ovunque compare anche la dicitura “sensitive until adoption”. È la bozza della Comunicazione che accompagna l’EU KIDS Act, il nuovo piano della Commissione per proteggere i minori online. Il documento lo trovate QUI.
Chiariamo subito una cosa: quello che commento qui non è il testo ufficiale. È una bozza trapelata, e perfino la data in prima pagina è ancora “XXX”. Ursula von der Leyen e Henna Virkkunen presentano l’Act proprio oggi a Strasburgo, quindi i dettagli potrebbero cambiare. E comunque anche il testo ufficiale sarà solo una proposta: dovrà ancora essere negoziata con i governi nazionali e con il Parlamento europeo, il che, nei tempi europei, significa un paio d’anni, se va bene. La direzione però è abbastanza chiara da poterne già parlare.
Cosa c’è dentro
La bozza introduce una categoria chiamata “Social Media+”: social media, piattaforme di video sharing, videogiochi online con design a rischio e, cosa interessante, chatbot e AI companion. Il cuore è un sistema di accesso graduale:
- Sotto i 3 anni: nessun accesso in nessun modo.
- Dai 3 ai 12: solo account controllati dai genitori, su servizi certificati “a misura di bambino”.
- 13 e 14 anni: account “introduttivi” creati dai genitori, con funzioni limitate, contatti solo tra coetanei, un tetto giornaliero al tempo davanti allo schermo e una guardian app per monitorare tutto.
- Dai 15 in su: puoi aprire il tuo account, su una piattaforma che però deve essere sicura by design.
A tutto questo si aggiungono le regole sul design. Niente scroll infinito, niente notifiche che ti riportano allo schermo, algoritmi di raccomandazione che si possano davvero controllare, impostazioni private di default e nessuno sconosciuto nei messaggi privati. La verifica dell’età diventa obbligatoria all’iscrizione, tramite lo strumento europeo di verifica dell’età… che è ancora un cantiere aperto, a voler essere molto generosi. In ogni caso, le piattaforme più grandi dovranno avere il via libera della Commissione prima di lanciare nuove funzionalità.
C’è poi un capitolo che ho letto due volte, per interesse professionale: un Education package con alfabetizzazione all’AI, formazione degli insegnanti, supporto attraverso i Safer Internet Centre e fondi Erasmus+ per gli spazi offline: centri giovanili, sport, arte, biblioteche.
Le buone notizie
Bisogna sempre riconoscere i meriti quando ci sono, quindi facciamolo anche qui. Il documento dice, quasi alla lettera, che bisogna limitare l’accesso delle aziende tech ai nostri figli, e non il contrario. Al di là della retorica familista che ci tocca ancora una volta ingoiare, la responsabilità principale ricade sulle piattaforme, non sui ragazzi e sulle famiglie. È importante, è la prima volta, e avrà un impatto.
Il documento se la prende con il design delle piattaforme, cioè con le meccaniche da slot machine che tengono tutti incollati allo scroll. Da anni molti di noi che lavorano nella media education ripetono che il problema è l’architettura, non i ragazzi. Vederlo scritto in un documento ufficiale europeo, anche se trapelato, sa un po’ di piccola vittoria.
E adesso i problemi
Il punto ovviamente è questo: i divieti, da soli, non hanno mai funzionato. Non con i fumetti negli anni ’50, non con le droghe negli anni ’70, non con i videogiochi negli anni ’80 e ’90. Non con nessuna delle cose che agli adolescenti è stato detto di non toccare. Di solito un divieto sposta il comportamento da qualche altra parte: meno visibile, meno regolata e più difficile da raggiungere per gli adulti. Nel frattempo, la cosa proibita diventa l’oggetto del desiderio di ogni adolescente.
Non serve tirare a indovinare, perché un esperimento dal vivo ce l’abbiamo già. L’Australia è andata oltre quello che l’UE ha in mente: divieto secco fino ai 16 anni, senza eccezioni. È entrato in vigore il 10 dicembre 2025, e i risultati finora non sono incoraggianti.
- La maggior parte dei ragazzi è ancora lì. Uno studio di eSafety, l’authority australiana per internet, ha rilevato che più di otto under 16 su dieci usano ancora i social, e la maggior parte con la stessa frequenza di prima del divieto.
- Le prove di un effetto sono scarse. Una valutazione peer-reviewed pubblicata sul BMJ non ha trovato prove sufficienti di un calo netto nell’uso, e ha documentato un aggiramento diffuso: profili falsi, date di nascita false e così via.
- Gli stratagemmi sono creativi. I ragazzi hanno raccontato di usare il Face ID di un genitore, maschere stampate per ingannare il riconoscimento facciale e VPN. Del resto, in Italia siamo un po’ esperti in materia: fatta la legge, trovato l’inganno.
- Molti account non sono mai stati toccati. La maggior parte dei ragazzi che ha continuato a usare le piattaforme soggette a restrizioni non ha avuto nemmeno bisogno di trucchi, perché le piattaforme non hanno mai individuato né rimosso i loro account.
- Qualcuno si è spostato altrove. Circa il 16% ha aperto account su piattaforme non coperte dalle restrizioni: esattamente l’effetto di spostamento di cui parlavo sopra.
- La risposta del governo è premere di più. Sono stati bloccati oltre cinque milioni di account, eppure il governo sostiene ancora che le piattaforme non fanno abbastanza, e pensa di raddoppiare le multe alle Big Tech. Auguri.
Insomma: una regola più severa e più semplice di quella europea, in un solo paese, con un’authority che la fa rispettare attivamente, e fa comunque acqua da tutte le parti.

Ora immaginate la versione europea. Non è un semplice interruttore sì/no, ma un sistema a livelli, con guardian app, limiti ai contatti e tetti al tempo con lo schermo, in 27 paesi con lingue, sistemi giuridici e infrastrutture digitali diversi. E dà per scontato che i genitori abbiano le competenze, il tempo e la voglia di configurare e monitorare tutto questo. Per la mia esperienza con famiglie ed educatori, è un’ipotesi molto ottimista. La bozza stessa dice di voler evitare di “scaricare indebitamente la responsabilità” sui genitori… e poi gli consegna un’app. Se resta così, ci sarà da lavorarci, parecchio.
Poi c’è il lato giuridico. La bozza ammette la complessità e cita il caso francese, dove il Consiglio costituzionale ha bocciato il divieto per gli under 15 a 18 giorni dalla sua entrata in vigore. E c’è la verifica dell’età. Per gli account già esistenti sono previsti solo “controlli proporzionati”, il che sembra ragionevole dal punto di vista della privacy. Però sembra anche esattamente la scappatoia su cui è andata a sbattere l’Australia. E il sistema di verifica dell’età, come dicevo, è ancora un cantiere, con parecchia strada da fare.
C’è infine un punto che EDRi ha centrato molto bene. Se un design è dannoso a 13 anni, non è che poi diventa sicuro il giorno del quindicesimo o del diciottesimo compleanno. Perfino von der Leyen ha ammesso che il design che crea dipendenza fa male a tutti. E allora domandiamoci anche perchè ancora una volta il titolo di tante testate oggi è la limitazione dell’età, e non le regole sul design per tutti.
Cosa si potrebbe migliorare
La parte sulla sicurezza by design è quella che conta davvero. Se sopravvive intatta ai negoziati con le lobby (e questo è un grosso SE), potrebbe cambiare l’ambiente per tutti, non solo per i quattordicenni. Il limite d’età, invece, è la parte che fa i titoli dei giornali, e probabilmente sarà la più difficile da far rispettare.
Quello che non funziona mai da solo è l’approccio del proibito. Quello che funziona, lentamente e senza titoli in prima pagina, è l’educazione. Servono ragazzi che capiscono come funziona un sistema, perché quella notifica arriva alle 11 di sera e cosa fa una piattaforma con i loro dati. Servono genitori e insegnanti che vengono sostenuti, invece di essere solo caricati di nuovi compiti. E servono youth worker e spazi di educazione non formale, online e offline, dove i ragazzi possano esercitare il pensiero critico con adulti che ci sono davvero, e magari sono anche competenti su questi temi.
La bozza parla di tutto questo, nella sezione 3. Ma senza cifre né scadenze, e dopo sei pagine di regole.
Spero davvero che quell’ordine non rispecchi le priorità.